"Il Vij" di Nikolaj Vasil'evič Gogol'


Amelia è tornata col le sue recensioni sui racconti tratti dall'antologia vampiresca "I vampiri tra noi". No!Niente vampiri che brillano alla luce del sole, con magnetico sguardo e un mento a nocciolina. I vampiri sono altri, e forse tutti penseranno: il conte Dracula! 
No, ancora una volta!  Eppure, anche sì. La figura del vampiro è ben diversa e quasi universale, classica e tribale, per ogni parte del mondo e non è solo un bell'uomo, con tanto di bastone e cappello, che si alza dalla bara in smagliante e fascinosa forma.
Potete leggere altre recensioni sul tema, di testi tratti dalla stessa antologia qui e anche qui.

Ma ora, un po' di folklore...




Il Vij, le cui notizie sono quasi nulle, sarebbe una figura della mitologia slava avvolta nel mistero. Secondo alcune fonti, il suo nome andrebbe trascritto anche come Wij, e che indicasse un dragone dell'inferno, abitante dell'aldilà il cui compito sarebbe stato quello di radunare e comandare le orde infernali per la battaglia finale. Ma... già, c'è un ma. 
Non c'è alcun dragone nel racconto nato dalla penna di Gogol. Qui nascono le discrepanze e i problemi, dato che il Vij non è il solo essere mitico a comparire nella storia. Ma procediamo con ordine.


Dalle stesse note di Gogol, lasciate nel racconto, il Vij, Viv in russo, sarebbe una vera creatura del folklore ucraino, il Re degli Gnomi. Quanta verità c'è? Quasi niente, in verità Gogol potrebbe non aver mai sentito parlare del Vij e che esso si tratti di una sua mera creazione a scopo letterario. Altri sosterebbero che sia le deduzione di alcune storie narrate sulla figura maglina di St. Cassian, anch'essa quasi del tutto priva di fonti.

Altra figura a mio parere interessante, che fa la sua comparsa all'interno del racconto, è quella della rusalka, figura femminile, tra demone e spirito, del folklore russo e dei paesi slavi. Simile alla figura greca della sirena e anche delle ninfe, cugine delle banshee. Anime di donne morte suicide o uccise dai loro stessi amati in prossimità dei corsi d'acque e dei laghi, veniva descritte come bellissime e fascinose, ma anche mortali per chi cadeva nei loro tranelli. Nonostante questo alcune tradizioni dicono che se la loro morte viene vendicata, esse possono trovare la pace.
Altre versioni sostengono che esse siano anime di bambini morti prima del battezzo e ora in mano del demonio, o che siano donne trasformatesi, senza più poter tornare nella loro casa, dopo aver incontrato un corteo fatato ed essere state rapite.
Tutt'oggi, nei paesi ucraini si suole festeggiare le rusalki gettando corone di fiori in prossimità delle acque, il tutto accompagnato da canti.


L'autore

Nikolaj Vasil'evič Gogol' nasce a Velyki Soročynci, un piccolo villaggio nell'Ucraina centrale, il 20 marzo del 1809. Fu scrittore e drammaturgo russo, dato che la regione in cui nacque, al tempo, era sotto il domino dell'Impero russo.
Il suo luogo di nascita ha una grande influenza all'interno del suo stesso stile e delle sue opere. Bisogna pensare che il distretto di Mirgorod, a cui il villaggio di Gogol faceva riferimento, era un esempio di frontiera tra Ucraina e Russia, dove le storie dei cosacchi e quelle folklore del luogo si mescolano in un mix surreale, carico di fiaba. 
Solo dopo il liceo, nel 1825, Gogol iniziò a scrivere, iniziando la sua carriera con una serie di racconti e una tragedia. Dopo la prima battuta di arresto avvenuta nel 1829, dovuta alla critica che stroncò la sua raccolta, solo agli esordi, di idilli e una serie di viaggi compiuti Germania, tornò in patria stabilendosi a Pietroburgo.
Negli anni tra il 1831 e il 1836, fioriscono gran parte dei suoi racconti, in seguito a grandi conoscenze intellettuali del periodo, alcune delle quali avvenute a Mosca, portando alla luce una serie di scritti che riflettevano la sua infanzia, ammantati di credenze ma anche di cruda verità, togliendo così smalto a una sorta d'infanzia favoleggiante e così brutalmente realista. Sempre in questi anni viene alla luce "Il Vij".
Dopo aver intrapreso diversi viaggi per tutta l'Europa, nel 1837 si stabilisce a Roma per diverso tempo, entrando così in contatto con altre storiche menti della sua epoca e, nel 1839, dopo essere rientrato a Mosca, da vita alla prima parte de "Le anime morte", opera che lo consacrerà come maestro della letteratura russa dell'800, descrivendo i canoni miseri e la situazione priva di etica che affliggeva la società russa. Dopo una serie di spostamenti, e la malattia contratta nel 1845 durante il suo soggiorno a Francoforte, si trasferisce a Praga e poi nuovamente a Roma, dove da vita alla seconda parte de "Le anime morte". 
Dopo il suo ritorno a Mosca, nel 1852, colta da una profonda crisi spirituale, da fuoco alla seconda parte della sua opera, sospeso tra l'atto di penitenza e perdono, così come dal desiderio di satira. In seguito ai continui digiuni e alla penitenza, muore a Mosca il 21 febbraio del 1852 
 

 Il Vij


Questo breve racconto è parte della collezione della serie di novelle di "Mirgorod", pubblicato per la prima volta nel 1835 nella seconda parte della collezione di testi, e poi rivisto in una seconda edizione nel 1842.
I protagonista della storia sono tre, il filosofo Chomà Brut, una giovane pànnočka, o altrimenti detta strega, e il Vij. 
Gli elementi che si mischiano all'interno di questa storia sono molto particolari, dato che, nonostante vi siano molte contraddizione folkloristiche, il tutto è un mix sapientemente orchestrato, se non fosse per la magra apparizione della rusalka.
Chomà è un seminarista di Kiev, un filosofo, che durante la notte di ritrovava in ostaggio della giovane strega, per poi avere la meglio su di lei, seppure temporaneamente, durante tutto il racconto si rivela un sorta di figura di fondo, nient'altro che il tipico uomo spaventato e tanto meno un eroe o una sorta di protagonista principale, al punto che ci si chiede che cosa si sta davvero leggendo: è un racconto o una saggio? Oppure una semplice storia dell'orrore in cui i protagonista non sono il punto focale, ma la storia stessa è il centro di tutto? Probabile.
La cara pànnočka non parla neppure se non sotto mentite spoglie, e si rivela essere una sorta di veicolo della paura che trapela dai racconti dei cosacchi con cui Chomà s'intrattiene. Se è per questo, non è neppure la strega che cavalca la scopa ma anche stavolta è una figura mitica a metà tra la lamia e il vampiro, così come il folletto, sospesa tra un comportamento truculento e demoniaco, e quello scherzoso e malizioso.
Il Vij, che quasi doveva apparire come protagonista dell'opera, donandogli addirittura il suo nome, ecco che non risulta altro che una figura sullo sfondo che compare nelle penultime pagine del racconto.
Un racconto che in sé per sé, sopratutto per la moderna epoca, non fa paura neppure a volerlo. Dotato di un inizio pomposo e del tutto inutile, avrebbe potuto essere accorciato perciò che riguarda la vita dei seminaristi di Kiev, tracciando solo i motivi essenziali dell'inizio del viaggio di Chomà assieme ai suoi due compagni.
Di certo, lo stesso filosofo, oltre la lunghezza e superficialità di alcuni tratti del racconto, non aiuta molto, sopratutto con il suo acume. Dopo aver visto una bara volante, già della prima notte di preghiere, solo la penultima si decide a fuggire dalla strega che ora cerca vendetta, fra l'altro senza riuscirci e dovendosi così sottoporre all'ultima notte.
Quel che vi è di buono sta sopratutto nella stessa pànnočka, che oltre cavalcare letteralmente gli uomini, si rivela essere un ottimo elemento che da spessore a tutto lo scritto, al punto che mi chiesi perché non fosse lei la grande protagonista.
Citando una parte del racconto stesso: "Essa batté i denti gli uni contro gli altri, e spalancò gli occhi cadaverici..."  Di certo ha il suo effetto!
Anche i demoni da lei richiamati si annunciano bene: "...andavano urtando con le ali contro i vetri delle finestre e i cornicioni di ferro della chiesa, che degli artigli, stridevano, graffiavano il ferro, e che una sterminata legione premeva alla porta e cercava di irrompere."
La conclusione finale non è negativa ma neppure positiva. Molte cose mancano e molte sono inutili, di certo si salva per le descrizione a effetto che si susseguono da quando la giovane strega fa il suo ingresso, morta o viva che sia, e che ovviamente riguardano solo lei. Non rimane però una storie coinvolgente, sopratutto per via del caro Vij, creatura tutt'altro che affascinante dato la sua misera e ridicola comparsa è da ridursi a un appunto su carta.

Due punteggio d'inchiostro e mezzo sono più che adatta a un breve racconto senza troppi pregi, se non l'interessante background folkloristico e le belle descrizioni finali
  



2 commenti

  1. Dovevo leggere anche questa. Devo proprio cercare questi racconti.
    Anche se questo non è chissa che. Ma chissa, magari trovo qualcosa che mi affascina.

    p.s.
    Ho dimenticato di dirti che la data dinascita non mi convince, in entrambe le recensioni ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per averlo fatto notare! Ho invertito i numeri -.-'

      Elimina

Spero che il post vi sia piaciuto e attendo i vostri commenti :)