31/10/15

Special Event- Spooky Stories


Cari appassionati di libri, benvenuti in questa piccola rubrica letteraria. Inizio con lo scrivere che gli "Special Event" sono eventi speciali, per l'appunto, e che riporteranno piccole storie scritte da me. In questo caso e in onore di Halloween e Samhain, vi lascio una piccola storia che dovrebbe essere di paura.. o bridivo. Ma probabilmente non lo sarà affatto
Prima che leggiate, ci tengo a dire due parole. La storia è composta di varie sequenze, scritte spesso dopo un lungo lasso tempo l'una dall'altra. Per questo, lo stile e l'ispirazione potrebbero non essere gli stessi di prima. Inoltre, lascia molto dell'intrepretazione proprio al lettore. Nessuno dei racconti degli "Special Event" sarà da prendere col massimo della serietà. Saranno letture gratuite che vi offro e che ogni tanto mi diletto a scrivere come passatempo.
Inoltre ho faticato molto nella scrittura delle ultime due sequenze, delle quali non sono per nulla soddisfatta.

Quando ero piccola quegli occhi erano bianchi

Prima sequenza

La guardo, il suo profilo già vasto seppure così distante. Cadente, ci giurerei, e non potrebbe essere altrimenti. In fondo è come una tomba, il mausoleo della famiglia, il simbolo di una vita reclinante che rotola giù lungo la collina della vita e poi nulla, scompare in quella barriera che nella mia mente dipingo come nera. La morte, ecco tutto. Tutto e nulla a dire il vero ma in fondo, quale sia la verità, io non posso saperlo. Almeno fino a quando non mi impicco come loro fecero, per poi rimanere come un arredo putrefatto, lo sguardo volto alla foresta come a voler giocare a impersonare l’opera d’arte di qualche gotico artista.
Scuoto il capo, lo sguardo mi torna sulla strada, l’unica degna della mia attenzione se non voglio davvero morire ancora prima di aver varcato la soglia. Mi chiedo se sono stupida. Perché il mio animo comincia ad apparire come un vetro rotto? Una vena di profonda malinconia lo attraversa rovinandone la solita e trasparente perfezione.
Suppongo sia l’imperfezione delle capacità del poeta che neppure sa scrivere un verso su carta. Come me, come tanti vantati filosofi che si pavoneggiano per le strade della mia università, snocciolando dall’antica Grecia fino a Kant, per poi gettarsi nel profondo modernismo e sfociare come rappresentati essi stessi del contemporaneo. Forse, in fondo, non sono come loro. Magari leggermente meglio. Arresto la marcia pur lasciando il motore accesso ed avverto il freddo scontrarsi contro la superficie della mia giacca. Tirò sul col naso ricacciando all’indietro il muco che grazie all’umidità ora mi bagna i bordi delle narici. Osservò con gli occhi già caldi, le palpebre basse a voler proteggere il bulbo dal vento sottile eppure tagliente. Nessuno, nessuna creatura nel raggio di miglia e miglia, neppure sulla strada che mi sono lasciata alle spalle e mi volgo come a voler confermare la mia impressione. È così, non c’è ombra di dubbio. Terra bruciata, sterpaglie, rovi, nessun campo, tutto ciò che vi era ora non esiste più e anche i colori allegri degli alberi sono stati portati via dalla decadenza dell’autunno che sta scemando nell’inverno. La casa riflette questo stato orrendo. 
Con una piccola spinta tocco il cancello in ferro ma non si sposta benché esso sia aperto. La serratura logorata dal tempo e dalla ruggine è ormai distrutta e non posso che maledire la poca cura e la stranezza che sempre hanno contraddistinto la mia famiglia. Niente, nient’altro che un misero spiraglio dove solo il mio corpo e il mio borsone possono passare e non mi resta che chiudere l’auto, abbandonandola alle tenebre della sera che avanza, portando con me le chiavi.

Mi sporco la felpa passando tra le due ante in ferro, ruggine e terra e presto le scarpe sono sottoposte la medesimo destino, ricoprendosi di fango. Il viale è andato, perduto, le pietre di cui era lastricato invase dalle radici, gonfie e rivolte verso l’altro in piccole colline grigie, muschio ed erbacce, guizzanti insetti.
I topi di campagna non fanno rumore mentre camminano, non ci sono uccelli a emettere canti, nessun falco a stridere nel cielo mentre cerca una preda, nessuna creatura delle foreste. Il silenzio è il nuovo signore di questo luogo. È strano e non posso che rallentare il passo e fissare quel cielo di un glaciale azzurro. Non c’è vita qui, tutti sono fuggiti.
Respiro ancora una volta quest’aria che tramuta i miei polmoni in bufera e allora proseguo. Che altro potrei fare?
Finestre sprangate, una parte del tetto mancante, la torretta sfasciata, alcuni vetri a terra sulla soglia del portone. Frugo con dita congelate all’interno delle tasca esterna del mio bagaglio e a fatica infilo la chiave nella toppa, girandola fino a che il disegno della testa si incide nella mia pelle come una marchiatura a fuoco. Un profondo cigolio, il peso del mio corpo sul battente in legno, un androne vuoto. Polvere, odore di chiuso, ragnatele e alcuni mobili lasciati lì a simbolo di un passato che fu e di un oggetto morto come chi aveva abitato quel luogo. Noto della legna e sorrido appena, perché il vero problema sono le caldaie e mi chiedo se questo luogo abbia mai avuto tale tecnologia. Di certo io non lo ricordo.
Una porta chiusa che si rivela essere uno stanzino carico di oggetti che non voglio esplorare e conoscere, e non resta che l’ultima porta, laccata di bianco, anch’essa sul lato sinistro. Buio e una parvenza di scalini. Tutte le mie prevenzioni si rivelano giuste e sagge mentre lascio che il fascio della torcia illumini lo scantinato e i miei piedi saggino la resistenza di quella discendente scala in legno. Scricchiola ma non cede, il mio unico sollievo e gioia fino a quel momento. Sì, la caldaia esiste così come un pannello di circuiti e tasti, piccoli pezzi di nastro adesivo opaco posto sopra ognuno di essi e una scritta per indicare la loro funzione. Si leggono appena ma vi sono. Corrente, gas, acqua… Mi abbasso a girare la manopole di ciò che avrebbe portato riscaldamento alla casa, fatto passare calore nei termosifoni. Un suono cupo, quasi dei sassi si trovassero all’interno dei tubi, un altro rombo e poi il nulla. La manopola non gira, la caldaia non parte. Spingo sui tasti ma ricevo solo uno schiocco e una bruciatura sulle dita, scintille a rischiarare l’ambiente per pochi istanti.
Non ho nulla. 
Una stanza dalle coperte fredde. Che cosa mi potevo aspettare? E mi chiedo perché sono qui. La gola mi si serra perché io la verità lo conosco, la risposta già la possiedo ma non voglio sentirla riecheggiare nella mia testa, non voglio dargli voce come se potesse divenire reale quando lo è già. Sono io che non voglio conoscere. Sono colei che sa di non sapere e vuole rimanere tale, bloccata nel limbo dell’ignoranza. Sembra un posto sicuro. 
I loro occhi mi fissano, mi sondano come facevano un tempo, dopo aver ormai abbandonato lo sguardo che avrebbero dovuto dedicare alla loro nipote. Ma ormai, non sono che una foto, un ennesimo ricordo e polvere come questa casa. Ero lì per loro, forse, per il pensiero o una memoria ingannevole. 
Ero colpevole. La colpa è solo mia.


**

Le loro ossa erano ormai deboli e il corpo fiaccato dell’età ma ancora lavoravano nel loro piccolo campo, usando quella macchina che aveva visto tempi migliori solo per recarsi in città e recuperare il necessario ma adesso, il cibo mancava e nessuno andava a prenderlo. Aveva fame, il suo corpo era piccolo. Piangeva, voleva sua madre. Voleva che le dessero da mangiare, che i nonni sorridessero ancora. Si recò alla porta, sollevandosi sulla punta dei piedi per toccare il pomello e girare la maniglia fino a che non rivide la luce dell’ampio salone. Lasciò cadere il suo giocattolo, stretto fin’ora nelle sue mani e quando fu fuori, la bocca aperta, pronta a dire qualcosa, venne travolta da un corpo in corsa. 
‹‹Spranga tutto, tutto!›› La voce dell’anziano uomo percorse la stanza come un’onda di panico e la pelle tremò, divenendo ispida.
La luce del tramonto mancò senza che il sole avesse finito di compiere il suo giro e le ante di legno delle finestre sostituirono il paesaggio. Una sola candela venne a rischiarare quelle tenebre, illuminando un volto liscio e due rugosi.
Una mano si serrò su un braccio della piccola. ‹‹La colpa è solo tua! Tua! Perché lo hai fatto?›› La vecchia gridava ma lei non sapeva rispondere. 

‹‹Ti sentirà!›› Il marito la fermò.
‹‹Lo sai che è la verità.›› Si alzò, afferrando la nipote e portandola fino alla finestra, aprendo quelle ante scure e lasciando che i dintorni del paesaggio si riflettessero nei loro occhi. ‹‹Che cosa vedi?››
‹‹La foresta›› rispose. Subito dopo l’appoggio che la teneva sollevata mancò e lei cadde terra, fissando dal pavimento freddo la donna.
‹‹Ci spia, ci vede, ci guarda sempre. La colpa è tua, sei stata tu. Guarda le mie braccia.›› Con un gesto violento sollevò le maniche della veste, mostrando cicatrici luminescenti solcarle la pelle. 
Senza sapere perché, la bambina cominciò a piangere. Mentre l’uomo tentava di asciugarle le lacrime, l’anziana sparì per tornare con un cuscino in mano e lui lo prese per poi avvicinarlo alla faccia della piccola. Con un gesto repentino lei lo morse, affondando i denti nella carne e quando fu libera da quella presa, corse inciampando giù per le scale, cadendo per poi rialzarsi.
‹‹Dovevi farlo!›› strillava la donna. ‹‹Valla a prendere, fallo, fallo.›› La voce si stava venando di un panico innaturale e il respiro le si stava mozzando. ‹‹Ci spia, ci costringe ad amarla quando sappiamo che orrore lei sia. È stata lei a portarla qui.››
‹‹Ora vorrà noi›› le fece eco il marito. ‹‹Vorrà noi. Diamogliela e saremo liberi.››
Li sentiva cercare ma rimase immobile, schiacciata tra il peso del mobile e il pavimento, il cuore a rimbombarle nella testa.




Seconda sequenza

Non c’è cibo nell’ossidato frigorifero. La corrente manca, tutto è inutile, tutto ciò che possa collegarmi a un mondo reale è spezzato. 
La notte è ormai calata, l’astro notturno è la mia luce mentre i suoi raggi filtrano dagli appannati vetri, le pesanti tende sollevate nel tentativo di mostrare ciò che è al di fuori di questa morta dimensione. Mi alzo e con passo lento, eppure costante, mi dirigo alla finestra e con le mie dita incerte tento di scostare la patina bianca che copre la mia vista ma la brina è figlia del clima al di fuori di queste mura. Ottengo solo che il fiato si condensi a rafforzare la bianca brina, in una forma pastosa che porta con sé il muco che il freddo di questo posto mi causa. Senza riflettere traccio un sorriso su quella superficie temporanea. Un sorriso è l’unica cosa che so disegnare, fin da quando ero piccola. Con sforzo apro i catenacci che ancorano la porta-finestra e i ganci escono dai buchi nel pavimento, fabbricati per tenerla ancorata al suo posto. Con un rumore che perfora le mie orecchie, trascino i pannelli fino a che l’aria non pizzica il mio volto freddo, congelandolo in una morsa carica di brividi e calore sotto la pelle.
Nebbia e paesaggio coperto da esso, null’altro oltre il silenzio. E le tenebre.Eppure i miei sensi sono alterati, percepisco le nodose radici degli alti alberi della foreste, una compatta schiera di un esercito arboreo dalle acuminate punte e le fronde legate l’una all’altra in un impenetrabile abbraccio. Tra quei possenti e rugosi tronchi vi è null’altro che il buio e io non posso che guardarlo come i miei stessi nonni.

Così vivevano loro, specchiandosi nell’oscurità di notti come questa, notti infinite. Poi chiudevano i loro occhi, gettandosi in quella della casa. Vivano come feti spaventati, troppo terrorizzati per lasciare il grembo materno e allora rimanevano nel buio a sentire riflettere la loro stessa voce nello spazio, pensieri cubi che li rendevano schiavi della loro parte più irrazionale.
La foresta non era l’unico nemico dei deliri di una coppia di anziani. Anche lei ne aveva paura, forse ancora ne ha. Ed io? Io non lo so. La guardo come la più grande ipnosi, è una poesia attraente che mi angoscia il cuore.
Per alcuni istanti mi sento librare nel vuoto seppure ancora mi trovi con le dita strette alla ringhiera in ferro. La pelle brucia e così libero l’inanimato oggetto.
Nebbia bianca e foresta nera. Sì, sono certa che ancora la spaventi. 

**

Si era nascosta in alto, scalando a fatica le scale della soffitta e con le sue piccole mani aveva tirato su i traballanti pioli. Le voci erano cessate, ora regnava solo la calma ma quanto sarebbe durata per davvero, lei non lo sapeva. Eppure era felice, quasi contenta di giocare con la polvere della soffitta. Lì era al sicuro, nel buio era nascosta benché l’odore del tempo le appesantisse i polmoni.
Il rumore dei battenti del grande portone che si scontravano fra loro rimbombò nella volta ad arco dell’androne e passi frettolosi salirono le scale. Rumore di tacchi.
La riconobbe e i suoi occhi di bambina si fecero grandi. Si trascinò veloce fino alla botola, lasciando cadere la scala e calandosi lungo di essa. Si diresse, passando per stanze e corridoio, abbandonando le stanze che gli altri membri della famiglia non avevano mai occupato se non per brevi periodi. 
La porta bianca era semiaperta, la luce accesa. Con le piccola dita spinse il pannello e svicolò in quel pertugio tra legno e muro. Raggiunse la soglia della cucina, un altro grande arco bianco ad accogliere lucente chi arrivava. Ma oltre vi era solo la tempesta.
Girava come una trottola impazzita, i due anziani stretti gli uni agli altri mentre col braccio teso la donna puntava un coltello verso di loro. ‹‹Dov’è? Voglio sapere dove si trova? Che cosa le avete fatto?›› Con un guizzo si spinse in avanti, avvicinando la lama alla carne dei suoi ostaggi. ‹‹Mamma, papà, esigo saperlo. Perché non rispondevate al telefono?››
‹‹Sei una sua bestia! Quello squillo, quello squillo dannato ci avrebbe fatto scoprire›› inveì l’uomo compiendo una passo avanti. Subito venne ricacciato indietro. ‹‹Sei una sua bestia›› ripeté, ‹‹anche lei lo è. È fuggita, scappata per tornare a farci suoi.››
‹‹Siete dei vecchi pazzi.›› La voce della donna si era fatta tremante, gli occhi lucidi e la lama cominciava a piegarsi verso il basso. 
‹‹Mamma.››
La voce infantile della bambina parve risvegliarla e con un gesto scattante volse il capo in direzione della piccola. Senza emettere un suono si mosse nella sua direzione mentre l’anziana madre le si faceva vicina, saltandole addosso e conficcando i suoi denti nella spalla della dona che infine emise un verso strozzato tra sorpresa e dolore. Come un felino rabbioso si volse e la lama intaccò la carne del braccio della vecchia, più e più volte, il sangue che macchiava il pavimento e le vesti di entrambi.
La donna ferita si fece indietro, belando versi di dolore e tenendo il braccio ormai rosso nella mano di quello strano, stringendo come a poter evitare il dolore. Il coltello cadde a terra, lanciato lontano e le braccia della madre si strinsero sulla figlia.
La piccola si sentì trasportare lungo le scale, il vento irreale della corsa a scuoterle i capelli. Si lasciò gettare sul sedile dell’auto e frastornata guardò la madre accendere il motore e pigiare sull’acceleratore. Nessuno scese a fermarli. 
‹‹Non lo dirai a nessuno. Non lo diremo a nessuno.›› La voce della dona era venata dal panico, le dita imbrattate di sangue a sporcare i manici del volante. Si accorse si avere la saliva della madre sulla spalla e con un gesto schifato vi passò sopra il palmo come se mischiarla con il contenuto delle vene potesse risolvere quella sensazione di sporco. ‹‹Non è vero, tesoro mio? Scusami, piccola mia, ho volluto fidarmi di loro ancora una volta. ››
La bambina annuì ma il suo sguardo vagava oltre, il capo volgeva verso la foresta che si stavano lasciando sul lato destro della strada, pronte a svoltare con l’auto. Quando si volse, gli occhi della madre erano larghi, fissi su di lei. 
‹‹Tu non sei come loro!›› La mano della donna si strinse attorno al braccio della figlia. ‹‹Non sei come loro, vero?›› La stringeva forte, così tanto che la carne doleva eppure la bambina non si lamentava. ‹‹Tu non sarai mai come loro.›› 


Terza sequenza

Scruto nel fondo del badile ma ciò che trovo sono solo due bastoni dalla punta in ferro, adatti a un cammino intrapreso lungo un sentiero di montagna. Coperta di polvere, sta una palla. La raccolgo, schiocco poi le dita per levare quella grigia patina che è aderita ai polpastrelli e la guardo diffondersi nell’aria, danzare nella penombra per pochi istanti e poi cadere al suolo. 
Mi lascio cadere sul divano. Le molle di esso emettono un gemito e poi tornano a volgersi verso l’alto nel tentativo di sostenere il mio peso. Il rumore della palla che sbatte contro il pavimento e poi contro il palmo delle mia mano si diffonde nelle stanze vuote, una, due, tre volte e la polvere continua a cadere dalla plastica. Si rivelano disegni di delfini, un mare dipinto. Questo gioco è rimasto qui fin da quando io e mia madre fuggimmo, il giorno in cui lei alzò il coltello contro i nonni.



**


‹‹Devo dirti una cosa, tesoro.›› Le tremava la voce ma dal suo volto non traspariva alcun perché di quel fragile tono. Più gli occhi di sua figlia la fissavano, più i suoi si allargavano.
‹‹Devo dirti una cosa›› ripeté, toccando gli orli della veste che ancora portava il sangue dei suoi genitori addosso. Aprì la bocca ma nulla le uscì e il capo si piegò sul petto, lasciando uscire un profondo sospiro che quasi divenne un rantolo.
Sul volto della donna si formò un sorriso tremulo. ‹‹Tu sei… sei strana.››

**

Sollevo il capo, lanciando la palla contro uno scaffale della libreria, colpendo un soprammobile che cade a terra e così si cosparse sul terreno, in frantumi. Sorrido, al pensiero di poter ferire quei due vecchi ormai morti, anche solo dovessi trattarsi di un ricordo sbiadito.Sorrido ancora, i denti scoperti e il cappo all’indietro. Sbatto le ciglia e quell’onda di un eco muto mi colpisce il cervello. Di scatto rialzo il capo e volgo il mio sguardo oltre il vetro, alla foresta.

**

La bambina calciava la palla, rotolando di tanto in tanto nella terra del giardino. Aveva provato a bussare alla porta, con le dita fredde, tirando su col naso, ma i nonni non avevano aperto. Issandosi sulla punta dei piedi aveva tentato di raggiungere la maniglia ma quella non aveva ceduto, nessuna serratura era scattata. Aveva visto i nonni sporgersi da una finestra, sollevare appena le tende e scrutarla dal primo piano della casa. Con la piccola mano aveva salutato ma loro non aveva risposto, dileguandosi all’interno della casa.
Così giocava, per quanto freddo potesse fare. 
La palla rotolò lontano dopo essere sfuggita alla sua presa, scivolosa di umidità. Scese lungo lo scalino di terra, sporcandosi le mani di essa e poi il volto quando passò le dita per scostare le ciocche di capelli appiccicatesi sulla fronte.
Camminò, ingolfata dai suoi stessi abiti grandi e pesanti, verso gli alti alberi. In mezzo al campo che precedeva quel labirinto di tronchi, stava la sua palla.
No, si era sbagliata. Era molto più lontana. Corse, osservando distrattamente il sole calare, e quando fu nuovamente vicina al suo gioco, lei lo sollevò per lanciarglielo e lei rise nel tentativo di prenderla al volo.
‹‹Grazie›› disse quando le fu restituita ma non ebbe risposta.
La sentì carezzarle i capelli prima che un grido squarciasse l’aria e allora la bimba si volse. Vide una figura correre nel largo campo, dirigendosi veloce verso di lei, chiamandola.
‹‹Guarda, guarda›› fece la bambina, toccandola e poi indicando la donna che si sforzava di raggiungerla. D’istinto le corse incontro mentre ancora le toccava i capelli e le sue piccola trecce si sciolsero, i capelli liberi di volteggiare nell’aria.
La donna la colse tra le sue braccia, piegandosi alla sua altezza. ‹‹Che cosa stai facendo qui? Da sola! Dove sono i nonni?››
‹‹Là.›› La bambina indicò la casa in un gesto spontaneo.
La donna si fece pallida, per poi notare i capelli sciolti della figlia. ‹‹Dove sono gli elastici?›› La bimba si strinse nelle spalle, portando la palla al petto. ‹‹Aspetta›› proseguì la madre, ‹‹con chi stavi parlando, se i nonni sono in casa?››
‹‹I bambini compiono molti atti privi di senso›› replicò la figlia e la donna si fece indietro, alzandosi e tenendo lo sguardo verso il basso, verso di lei. Poi li alzò e si fissò su ciò che stava oltre le spalle della bambina. Qualcosa si ruppe nei suoi occhi


Quarta sequenza


La casa casca a pezzi e io non posso mettere le mani su nulla, rattoppare e riparare, abbellire tantomeno. Non avrei dovuto aspettarmi molto, tutto è stato lasciato alla polvere, all’essenza del passato, il suo aroma soffocante che si cementa nei polmoni.
Sento i loro sussurri, stesa sul letto. Le coperte sono fredde e alcuni ragni sono caduti su di esse. Li guardo, ferma, a pochi centimetri da loro corpo cristallizzato nel momento della morte. Anche il gelo li ha coinvolti nel suo giro di vittime.
Sono interessanti, rattrappiti e contorti. Le loro sottili zampe sono volte al cielo e poi ripiegate verso il loro piccolo ventre. Qualcosa in loro mi ricorda le persone della mia vita, profondamente frenetiche, sempre intente a tessere le loro trame, la loro vita. Anziché creare una nuova opera, si piegavano sugli stracci della loro esistenza e in fretta, paurosi della morte, tentavano di riprendere i fili della loro esistenza.
E poi, morivano.
I nonni erano morti, mia madre forse, ma era comodo pensare che fosse tale. Di certo non sarebbe tornata.

**


‹‹Devi rimanere in macchina, tesoro mio›› le disse la donna, carezzandole il capo. ‹‹Devo parlare con i nonni. Se senti qualche rumore strano, nasconditi sotto i sedili e non fare rumore.›› Le porse il suo cellulare. ‹‹Poi chiama la polizia. Ti ricordi il numero?››
‹‹Sì›› replicò con sicurezza, il petto sporto in avanti con aria fiera, per poi ripetere il numero e memoria.
La donna annuì e le dedicò un mesto sorriso prima di scendere.
La seguì con lo sguardo fino a che essa non scivolò oltre il cancello ferrato. Quando il rumore dei passi sparì, un leggero sorriso illuminò il volto della bambina e con le mani, piccole ma forti, aprì la portiera, scendendo dell’auto e muovendosi silenziosamente tra le sterpaglie.
Seguì il percorso della donna, senza discostarsi dalle sue orme.
La vide, una figura stagliata contro i raggi del sole. Fissava l’orizzonte, il collo testo e gli zigomi scolpiti dalle ombre. Camminò ancora una volta fino a esserle quasi affianco.
Eccola, ferma sul monticello, gli occhi fissi sull’albero al limitare del campo. I due vecchi, il volto puntato verso la foresta, i loro corpi a ciondolare senza terra sotto i piedi. 
Si erano impiccati.

**


Apro gli occhi di scatto, ripensando agli sguardi vuoti dei due anziani. Due bulbi bianchi, il colore perduto dalle iridi.
Passi.
Li sento, ben distinti. Sono l’unico suono e l’unico eco di questa casa. Mi alzo e cammino, un piede davanti all’altro, poggiati con circospezione.
Il salone è vuoto, nessuna luce accesa, solo la luna che filtra oltre i vetri della finestra, proiettando le sue ombre cinesi sulle mattonelle del pavimento. Il mio orecchio vibra e mi lascio condurre da questa estraniante sensazione, ritrovandomi ancora una volta con lo sguardo fisso sulla foresta.
La osservò, appanno col mio fiato la superficie trasparente che mi divide dal gelo esterno, sebbene una fredda brezza passi tra il pavimento e l’alta finestra, carezzando le punte dei piedi.
Guardo la pelle bluastra, so che essa soffre il clima ostile, eppure non faccio nulla. Rialzo lo sguardo, la luna ora è coperta da nubi e mentre la sua luce comincia a mancare, e il salone si avvolge di ombre. Vedo due scintille riflesse nei vetri.
Sono dietro le mie spalle, lontane da me ma vicine alla porta d’ingresso. I passi sono cessati. L’astro notturno fa di nuovo capolino e questa volta la sua luce, mi permette di scorgere il suo volto, così famigliare.
Mi volto. Lei non c’è. È scappata, ancora una volta. Sorrido al buio mentre fa da riflesso alla sua precaria mente e all’infanzia malata che ho vissuto.


**


Raggiunse le caramelle, gettando poi la loro carta a terra. Poco dopo le vomitò: il suo piccolo corpo non poteva sopportare ancora quella malsana alimentazione e poi, non riusciva a raggiungere l’acqua. Aveva sete e molta.
Con una piccola rincorsa si gettò più e più volte contro il tavolo, la cui superficie non riusciva a raggiungere, fino a che la bottiglia non ondeggiò e cadde, rotolando, fino a raggiungere il bordo, senza però cadere.
Si fermò, passando le dita sul braccio destro, toccando la pelle arrossata dal continuo scontrarsi contro il duro mobile.
Sentì la porta venire aperta e con passo frettoloso raggiunse l’entrata ma davanti a sé trovò il volto della vicina. La donna si piegò su di lei: ‹‹Dov’è tua madre?›› Osservava con occhi sgranati quel o volto sporco, così come gli abiti, l’espressione smunta.
Eppure la bambina sorrise. ‹‹È andata via.››

Quinta sequenza

La notte scorre mentre io tengo i miei occhi aperti. Ho visto passare un giorno e sono rimasta col volto poggiato al pavimento mentre ascoltavo i rumori della casa. Ascolta anche adesso. Ho chiuso gli occhi, tentata di cullarmi fra le braccia del signore dei sogni ma nessun uomo viene da me o è venuto, ne verrà.
Vedo il suo volto come se non fosse mai passato, i suoi occhi. Mamma, mamma… Una parola, una invocazione.
Una volta lo era, ora non più. E io sono qui, ferma. Mi giro, il ventre coperto di polvere e gli occhi al soffitto mentre guardò un ragno piegarsi nel vuoto, attaccato al suo filo. È ridicolo. Per lui, creatura di otto zampe, quell’appiglio è solido come il mondo stesso. Per me, è qualcosa che posso spazzare via anche solo col pensiero.
Ed è così che sento il mio corpo che m’abbandona. Il respiro è pesante, la mente una mattone e polvere di rocce erose dal passato e dal tempo, da quelle allucinazioni che costellano la mia memoria.
Ecco, ora dormo. Dovrei essere persa negli strati dell’incoscienza, eppure, io vedo. Osservò nel buio delle mie palpebre calate. Il gelo del pavimento si ramifica sulla mia pelle nella brina di una morte apparente, perché è così che io mi sento. 
Deperisco, mi rinsecchisco mentre l’unico corpo che possiedo ritorna al passato. No, non sono morta.
Piccola, vedo il mondo dal basso. Ho le mani di una bambina, dell’infante che ero. Solo terreno scuro davanti a me, foglie cadute dalla fronde che mi sovrastano e io alzo lo sguardo alle alte chiome: seppure sia buio io le vedo come se il sole risplendesse e mi accecasse gli occhi con il suo fulgore. 
Cammino, nient’altro che vento a farmi da musica mentre si scontra coi tronchi e solleva l’erba in fruscii di seta sconvolta dalla tempesta, uno sbattere scomposto che si perpetua come eco tutt’attorno. 
La foresta è la grande orchestra che mi segue passo dopo passo. Io guardo fisso, non posso levare gli occhi dalla fine che non scorgo, da questo percorso rettilineo che non prevede deviazioni.
Ecco, ora posso muovere il capo, sono libera di agire e padrona di me stessa eppure… eppure questo corpo non è il mio, è passato, è innaturale. È il corpo di una bambina e non m’appartiene, è il rigurgito dalla mia esistenza, una marchio di ricordi che mi sono sempre illusa di poter dimenticare. 
Non basta cambiare forma perché tutto sia trascorso in una nebbia confusa e il pensiero si volga così sempre al futuro. Anche questo l’ho sempre saputo ma non posso che stupirmi di ciò che accade.
Sento, avverto, odo, posso toccare la corteccia con le dita e sentire la sua ruvidezza sotto i polpastrelli ma so che non è reale. Sono immersa nella falsità, nella menzogna ma non mi sento straniera in questo luogo, elemento superfluo o persona sgradita: in fondo è così che è la mia vita, una massa di verità non dette. 
Non dire è come mentire. Sono a casa in terra sconosciuta. 
Ma qualcosa mi scorre sulla pelle, passo dopo passo e non posso non chiedermi cosa esso sia. Qualcosa mi affligge ogni secondo di più, come il brivido lungo la schiena quando il tuo mondo di certezze comincia ad accartocciarsi e nulla è più reale: ogni oggetto che vedi è figlio dell’incubo, delle umana mente che debole com’è partorisce mostri e storie.
Volgo il capo in ogni direzione fino a che non la colgo. Non ha forma, non ha corpo, è come il nulla eppure ha sostanza. Sento di poterla toccare con le dita ma non voglio farlo. Lei prova l’opposto. Lo vedo da come i suoi occhi, perché io so che li ha, mi osservano, mi scrutano e mi bramano. Non vuole distruggermi, stritolarmi nella presa della sua follia e del più radicale terrore per vedere la mia mente perdersi nei frantumi della pazzia. 
Non ho bisogno di vedere il mio corpo per capire che sono di nuovo me stessa ma ancora non sono tornata indietro. Neppure come bambina sono caduta nella sua trappola e non sarà quel gioco infantile, quella palla che ora sta ai suoi piedi, a farmi correre da lei come ha sempre voluto. Ingorda, reclama ciò che non è suo e anche se sento il bisbiglio delle sue parole insinuarsi nel mio timpano, io non ascolto. 
Sono libera.
Apro gli occhi, stesa sul pavimento ancora una volta. Sono libera, mi ripeto ancora.
Anche io sono falsa, sono la bugia di me stessa, mi mento pur guardandomi negli occhi perché io sento il suo cuore battere, benché lei non ne sia dotata, come se le sue dita stessero battendo al medesimo ritmo contro la finestra.
Io non sono libera.

Sesta sequenza

Ho tolto la luce della notte. Forse anche quella del giorno. Quante ore sono passate? Le lancette dell’orologio hanno girato? La Terra ha compiuto il suo moto, senza intoppi e imprecisioni. Così deve essere o l’Apocalisse avrebbe bussato alle porte del tempo umano, riempiendo i cieli di fiamme e prosciugando vita.
Se non vedo, non sento. Se non sento, non percepisco. La mia pelle è un brivido. Il pavimento è freddo e tutto il mio corpo come esso. Posso vedere le mie dita muoversi nel buio davanti ai miei occhi. Le vedo ma il gelo rallenta tutto ciò che mi appartieni. Sono in una stati di ghiaccio senza neve e senza inverno. Solo nebbia.  Ho ricordi sfocati della realtà e dei sogni. Non posso più dire cosa sia e cosa sia l’altro. La casa, la foresta, lei e io. Uno è tutto, tutto è uno ma anche nessuno e magari anche il niente. Buio, luce, bianco e nero. 
Il motore non parte. Sento l’incepparsi dei suoi meccanismi nelle mie orecchie, nella mia testa: uno sbuffo, un secco suono di un metallo pronto a risuonare contro altro metallo. È un ingranaggio rotto. Mi assomiglia. 
Apro gli occhi. Potrei essere io. Forse funziona. Non sono isolata dal mondo. Possa scappare da lei prima che inganni la mia mente e le mie sensazioni, prima che prenda il mio corpo senza volerlo davvero abitare, più per capriccio che per necessità: catene per tenere fede alla mia promessa.

Io sono la promessa. Sono un sigillo che non si spezza.
A cosa pensavo prima? Credo a un rumore. 
Il vento stormisce. Gli alberi cadono. Il terreno si ghiaccia. 
Vorrei vedere la foresta ardere, la casa ardere, gli impiccati e quella donna. Non ricordo i loro nomi. Devo ricordarmene? 
Sì. il pavimento è la soluzione. Il freddo è la chiave. Mi congelo e dormo. Come nelle favole, per sempre e per avere il mio lieto fine. Niente mostri, niente principi. È una favola falsa, una fiaba a metà ma ora non m’importa. Non so neppure se sto pensando. Forse sto parlando.
Immobile. 
Ecco, sarò come morta! Mi fingerò cadavere. È perfetto, quasi geniale. Nessuna fuga, solo uno stratagemma.
Io non fuggo. Io non abbandono.
Sorrido o così credo. Ho le labbra congelate.
È nei miei sogni ma i morti non sono amici di Morfeo.




Settima sequenza


Quando la mia realtà è tornata in mio possesso, ho ripreso a vivere. Per alcuni attimi, alcuni spifferi sono stati come il mio respiro. Il mio petto era il cielo, le radici del mio cerebro quelle degli alberi della foresta.
La foresta. Famiglia e sangue, linfa e corteccia. Ogni elemento si corrisponde attimo dopo attimo. Tutto scorre. Io scorro e il mio tempo passa, volgendo al termine. Lo sento nella pelle, nell'aria che respiro. Le particelle di polvere che davanti ai miei occhi danzano, mostrando ricordi e memorie sfaccettiate. 
La polvere del passato è terminata, la mia aria è vuota e finalmente pulita. Non è più opprimente. Sono libera solamente a metà. Libera...
Infinite possibilità, infinite vite. Vivere e fuggire, vivere e morire, abbandonare tutto per recarsi un luogo altro e cessare il proprio respiro, oppure continuarlo dove ancora scorre la vita.
Cammino. Osservò la mia borsa, lasciata a gicere in un angolo ombroso della sala. Non so neppure se sto respirando, mentre mi piego. Eccola. Una torcia.
Un alone bianco illumina le pareti, creando lucenti rifrangenze.
Fuori non è che nebbia e il mondo non esiste più. Davanti a me vi è un corridoio di buio contornato di bianco, alle mie spalle solo la casa. La porta dell'uscita posteriore è lì, aperta come l'ho lasciata. Non posso vedere la facciata principale, il viale, la strada di asfalto e la mia macchina.
Siamo solo noi: io, la casa senza luci, il corridoio nella nebbia e la foresta.
No.
C'è anche lei.
Apro la bocca ma dalle mia labbra screpolate non usce alcun suono. Non so quale sia il suo nome o se ne abbia uno. Possiede un corpo, una bocca, degli occhi, un naso, un viso, braccia e gambe. Forse ha un anima, un cervello e un cuore. So che ha una coscienza, un desiderio, un istinto che non si psiega a parole e un richiamo che mi porta a sé. Una sirena degli alberi, che mi attira verso la morte col suo richiamo infinito, col suo eco di promesse. 
Lei è un eco, possente e presente. Fa pressione sul mio cervello, mi avvolge il capo, mi stordisce. Mi culla. Sento il suo abbraccio che sa di casa e di sicurezza, di un mondo oltre.
Eppure era il più grande terrore dei miei nonni. Si sono impiccati per lei, a causa sua. Mia madre è fuggita. Le loro debolezze presero il sopravvento e la colpa è anche la sua. Io me ne andrò. Non sono il suo agnello sacrificale, la sua promessa.
Promessa. La parola rimbomba nella mia cassa toracica, colpisce i polmoni e la pronunciò a mezza voce. Non mi odo. Ingoio a vuoto ma non so se provo paura. Ancora una volta, non riesco ad avvertire me stessa. 
Come sono giunta qui? La radici sono ai miei piedi, gli alti alberi formano un portale per ciò che vi è oltre.
La nebbia serpeggia tra le mie gambe, mi accrezza il volto, le spalle, mi stringe le mani.  Occhi bianchi. Bianchi occhi ovunque. 
Lì vedo ora come li vidi in passato, coi miei occhi e coi suoi. Ogni angolo è un bisbiglio. Ogni ombra una mancanza. Malinconia e vuoto cadono dai rami. Sono gocce di umidità sul terreno. Trasudano dai tronchi come linfa lattigonosa e biancastra. 
La tocco e il passato torna a me. O io torno a lui.
Una palla, un gioco, una partita con una silenziosa e invisibile amica. Eppure io la vedo,  Mi aveva ingannato, coi suoi bianchi occhi. Mi ci specchiavo, rimiravo il mio volto e ogni ombra spariva in quei luminescenti globi. Era come piangere senza vergogna, senza doversi domandare se qualcuno stesse guardando, senza doversi vergoganre di un dito puntato contro. I suoi occhi bianchi portavano via ogni male, ogni dubbio e paura che una bambina potesse provare. 
Così avevo giurato eternità. Tutto pur di vedere ancora una volta la pace. E questa serinità aveva sconvolto a tal punto ciò che chiamavo famiglia. Una vita senza ombre e dubbi. Perché?
Prezzo... c'era sempre un prezzo. Eternità. Sì, una eternità senza vita. Senza l'esistenza che vi era oltre la foresta. Io e lei per sempre. 
Ho preso la mia battaglia tempo addietro. Le ho permesso di essere il parassita latente nella mia vita, di contagiare ogni cosa con la sua malattia, di respirare al suo stesso ritmo. Si nutre di me, lo ha sempre fatto. I nonni avevano ragione. Li aveva lentamente consumati fino alla loro irreversibile decisione. 
E mia madre? Lei era fuggita. Aveva sacrificato me e non lei stessa. L'istinto di conservazione aveva avuto la meglio
Che cosa vuoi?
Ecco la mia domanda. Sono certa di averla posta. 
Io non ricordo.
Non so come uscire. 
Voglio vivere.
Eppure ho promesso.
Volevo vivere eppure le ho promesso la mia eternità.
Non ha corpo, è come il nulla. Sembra nebbia palpitante. 
Il cervello mi si scioglie, lo sento colare fuori dalle orecchie. La mia memoria si frantuma mentre mantengo il mio giuramento.
I suoi occhi sono bianchi.

17 commenti:

  1. Ci sono varie cose, vari livelli, su cui si può dare un parere per questo racconto.
    Inizio con l'effetto che produce su chi legge, o almeno su di me... Lo stile è assolutamente interessante. Questo intercalare, questo alternare... è un racconto molto in presa diretta, con molte riflessioni, a volte molto azzeccate, altre volte un po' dispersive e un po' troppo poco elaborate. E anche l'alternanza, molto interessante, tra presente e passato. Devo dire che a un certo punto tutto ciò porta a una certa atmosfera, crea un'immagine, un'ambientazione ben definite. Come lettore mi sento partecipe, il tutto, da questo punto di vista, funziona e crea una certa tensione e interesse.
    Devo dire che questo tipo di stile non mi dispiace.
    Vengo invece ad altri punti, secondo me perfettibili. La struttura complessiva della storia, è un po' opaca, a un certo punto sembra comporsi piano piano, ma nel finale si dissolve un po' troppo facilmente. Non è assolutamente facile riuscire a creare una storia che abbia una coerenza creata ad arte e soprattutto in questo tipo di narrazione non realistica. Però, credo che il punto sia proprio riuscire a ricreare un complesso più finito. E questo nonostante si voglia un qualcosa di sofisticato o evanescente, anzi è ancora più difficile.
    Infine la forma, su questa secondo me si può lavorare e migliorarla. Come già ti avevo accennato è fondamentale, quindi controllare, correggere, riscrivere. Ci sono tutte una serie di regole da ricordare a memoria, come migliorare alcuni vocaboli, alcune frasi, evitare parole troppo semplici, o ripetizioni, cercare un'assonanza nelle frasi che sia concorde all'atmosfera che si vuole creare. Credo che la parte più difficile per uno scrittore sia questa, la parte tecnica.
    Comunque, assolutamente nel complesso mi è piaciuto. :)

    In alcune parti mi ha ricordato alcuni racconti, o per lo stile, o per la tipologia narrante.
    Due racconti che hanno un'impostazione in parte simile, narrazione in stile diario, resoconto in presa diretta sono per esempio, di Lovecraft: I cari estinti e Il diario di Alonzo Typer.

    Spero che questo parere possa essere interessante... Ciao e buon Ognissanti... :)

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    1. Sono contenta che in linea di massima ti sia piaciuto. Sono una scrittrice in erba, molto in erba, e come ho scritto, ho faticato parecchio nella stesura delle ultime due sequenze.
      Era passato così tanto tempo da quando lo inizia che è stato complicato doverlo riprendere in mano. Infatti c'è una netta differenza tra prima e dopo, o almeno io credo.
      Magari in futuro tornerò a lavorare sul finale, di cui non espresso tutto quello che vi era da dire.
      I pareri sono sempre accetti, perché aiutano a crescere.
      Buon Ognissanti anche a te!

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    2. Assolutamente si, soprattutto nella parte centrale mi è piaciuto, si è creata un'atmosfera molto interessante e intrigante... Quindi, brava. Non ti preoccupare, si può solo migliorare.
      Spero che qualcun altro si dia da fare a dare un'occhiata. Forza ragazzi/e! :)

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    3. Purtroppo, delle volte un lungo testo, sopratutto se posto online, scoraggia la lettura. Anzi, ora vado a cambiare i caratteri del blog. Devo trovarne uno altrattanto carino ma più facile da leggere.

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    4. Alla fine qualche commento è arrivato... merito dei caratteri! :)
      Su alcune cose concordo, su altre meno. Per esempio, almeno per me, definire il racconto soporifero non mi trova concorde, anche se questo è soggettivo. Più che altro, soprattutto inizialmente, è un po' troppo macchinoso, di lettura difficile. A parte il linguaggio un po' fuori registro, l'anteporre l'aggettivo è più da poema in prosa o da poesia vera e propria, ma anche l'uso dei vocaboli che potrebbe essere più attento e ricercato, ci sono delle frasi di difficile comprensione. Per esempio la primissima frase non è chiaro a chi o cosa si riferisca, a volte si perde un po' il senso compiuto delle frasi. Altra cosa credo importante, qua e la, si denotano delle incongruenze, il tutto dovrebbe essere appunto più congruo. Un esempio: viene detto in contrasto, in alcune parti che si è a conoscenza della verità, in altre parti invece che si tema conoscerla. Un'altra cosa che può essere utile: in alcune parti si fa un riferimento vago a "lei", in letteratura, quando ci sono riferimenti di questo tipo si tende a usare il corsivo.
      Infine, non è un racconto di paura classico, ma più di atmosfera e tensione. Cosa che appunto si raggiunge a un certo punto, ma va un po' a perdersi...

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  2. Mi dispiace scriverlo, ma penso che un parere sincero ti sia più utile di qualche frase di circostanza: io l'ho trovato tremendamente soporifero. Le cause non sono tanto da imputare alla storia, quanto allo stile, soprattutto alle scelte linguistiche. Per me, decisioni come anteporre l'aggettivo al nome al quale si riferisce o l'uso forzato di parole desuete ammazzano il ritmo di una narrazione e alle volte (peggio ancora) ne distorcono il significato. È un difetto che riscontro spesso in aspiranti scrittori e, per quanto ne so, fonte di liti tra questi e i poveri editor! :D

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    1. Anzi, io ti ringrazio della tua sincerità. Non me ne faccio nulla dei complimenti forzati, così come delle critiche puramente magline. Il parere sincero è sempre il benvenuto.
      Quello di anteporre l'aggettivo al nome probabilmente lo faccio fin troppo spesso e come gesto voluto XD
      Per le parole desuete... ecco, di quello spesso e volentieri non me ne accorgo.

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    2. Meno male! ^^ Si commenta sempre con un po' di timore sotto agli scritti altrui... alcuni tendono ad azzannarti alla gola se li critichi! XD
      Ti consiglio di evitare entrambe le cose, o comunque non eccedere. Non so bene come consigliarti in proposito: non scrivendo, non so bene quali trucchi si possano utilizzare per migliorarsi. Forse potresti scrivere un raccontino imponendoti di usare solo un linguaggio da vicolo malfamato (o da reality show XD). Certo, sarebbe l'estremo opposto, ma forse ti aiuterebbe a trovare la giusta prospettiva per una via di mezzo...

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    3. Da una parte posso capire chi si sente un po' ferito riguardo una critica, perché lo scritto è sempre una parte di se stessi. Dall'altra bisogna cercare di migliorarsi sempre, quindi anche comprendere ciò che gli altri vogliono dire.
      Ti dirò... di certo ci sono alcuni che hanno il dono naturale di scrivere bene. Io non credo di averlo, ma non credo neppure di essere pessima. Altrimenti non tenterei neppure di fare la scrittrice. E qui entra in ballo lo stile. Suppongo, o almeno io l'ho sempre vissuta così, che sia qualcosa che viene in un certo modo. Certo, si può educare, come tutte le cose ma ci vuole tempo.
      Per esempio, nel primo romanzo della mia saga, io credo di aver utilizzato un linguaggio più semplice, sopratutto perché è rivolto a un pubblico di giovani. Allo stesso tempo, ci sono pezzi che non mi soddisfano per nulla e darei fuoco a ogni pagina. La cosa peggiore è che molto spesso mi chiedo: perché non riesco a scriverlo in maniera differente?
      A volte mi chiedo se non sia una mia paranoia personale -.-'''

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    4. Sì, certo, accettare critiche è sempre difficile, ma, se uno scrive "guarda, qui secondo me non va perché e per come", vuol dire che ti ritiene capace di migliorare. Altrimenti gira le terga e ti abbandona al tuo destino! XD
      Be', immagino che ci voglia molto tempo per "addomesticare" il proprio stile, stiamo pur sempre parlando di qualcosa di molto personale. Hai mai partecipato a qualche corso di scrittura? Se ne fanno molti ultimamente, alcuni anche gratuiti, gestiti da associazioni culturali: magari sottoporre i tuoi lavori a qualcuno esperto potrebbe esserti d'aiuto e darti delle buone dritte.

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    5. Ho partecipato a un paio di concorsi ma senza successo e ultimamente non ho avuto tempo alcuno di iscrivermi a nessun altro. Magari più avanti posterò entrambi i testi per altri Special Event.

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    6. No, no, io intendevo proprio corsi di scrittura, tenuti da esperti in scrittura creativa o proprio scrittori che insegnano alle persone a scrivere meglio. A volte durano una sola giornata, altre fanno più incontri. Di solito sono gestiti da associazioni culturali.

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    7. Ahahahaha, scusa! Ho letto: concorsi.
      Purtroppo no, non ne ho mai avuto l'occasione.
      Il mio corso di laurea è ben differente da quello della scrittura, e l'ambito su cui mi devo concentrare richiede che io faccia diversi corsi, come disegno e cucito. Quindi, al momento devo scegliere per questi ultimi. Magari più in là ne avrò l'occasione.

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    8. Ahahah, succede! :D
      Allora ti consiglio due canali YouTube, quello di Sara Boero e quello di Rick DuFer, dove, tra le altre cose, si parla anche di scrittura creativa. Magari qualche loro video ti sarà d'aiuto!
      Io purtroppo, da lettrice, so solo criticare. ^^'

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  3. No paura non fa. Ma non è neanche male. Ci ho messo un po' a entrare nel mondo che mi proponevi. Di solito per apprezzare quello che leggo mi devo tuffare dentro le parole. Una volta entrati è facile capire quello che lo scrittore vuole dirti, con te ci ho messo un pochino, forse per il tipo di linguaggio, ma più probabilmente perché la mia testa al momento è molto sconclusionata. Sto leggendo libri a raffica passando da uno scrittore a un altro e al momento quello che sto leggendo mi sta trasmettendo emozioni forti, anche se molto negative. Quindi credo che lo rileggerò anche in futuro se non ti dispiace, cosi potrò darti un giudizio più
    concreto.
    Spero che farai altri special event come questi. Anche io sono un aspirante scrittore in erba, quindi sono messo persino peggio di te. Ma mi piace confrontarmi e parlare con la gente di certi argomenti. Continua cosi quindi. E se ti va passa a dare un giudizio a quello che ho scritto io :)

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    1. Grazie mille per il tuo parere. Se ogni tanto hai voglia di parlare riguardo la scrittura mia farebbe molto piacere *.*

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Spero che il post vi sia piaciuto e attendo i vostri commenti :)